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Venerdì 03 Settembre 2010 17:45 |
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Cinque giorni all’Isola d’Elba sono stati lo stacco ideale tra l’estate lavorativa e la ripartenza della nuova stagione alle porte. Giorni tranquilli, con la testa serenamente in “stand by”, e che mi hanno permesso di mettere in sospensione pensieri, progetti, verifiche e commenti sulle cose fatte, su quelle che farò e su quelle che farei. In tanti mi avete scritto chiedendomi che fine ha fatto “Mine vaganti”. La risposta è semplice: il programma è nato così, come sperimentazione, e fin dall’inizio si sapeva che sarebbero state solo sei puntate. Sei puntate, quindi radiofonicamente un’inezia, che però mi hanno dato tanta soddisfazione: mi sono divertito a farle, ho avuto un’ottima risposta da parte del pubblico, il programma si è fatto riconoscere subito e ha avuto una bella penetrabilità. La cosa che mi ha sorpreso di più è stata l’assorbimento contagioso del concetto di “Mine vaganti”: ho davvero ricevuto tantissime storie di persone che si sentono “mine vaganti dentro”, che hanno cose da dire, che quotidianamente si mettono in gioco per qualcosa e questo qualcosa hanno voglia di raccontarlo, condividerlo e contaminarlo. Inutile nascondere che sia spiaciuto anche a me che il breve ciclo si sia esaurito: ma sono ottimista. Penso, forse spero, che da “Mine vaganti” possa nascere qualcosa di più continuativo. Credo che uno spazio capace di raccontare storie diverse, un’altra attualità, personaggi interessanti e non banali possa avere un suo perché. Lavorerò quindi perché queste “Mine vaganti” non rimangano vacanti per troppo tempo!
Il pensiero mi è anche volato ad un anno fa, quando più o meno in questi giorni mi veniva comunicato la chiusura de “L’Altrolato” e la rottura con Radio2. Tanta tristezza, tanta rabbia, ma anche tante cose belle accadute via via: i messaggi degli ascoltatori, la festa finale, il libro, e anche il passaggio a Radio24 dove comunque mi trovo bene e respiro una bella vitalità e un desiderio costruttivo di guardare avanti (e dove condurre "L'Altra Europa" mi piace assai…). E oltre ai ricordi in questi giorni, per un qualche strano caso, mi hanno intervistato su “Screensaver”, ho parlato con diverse persone che mi seguivano a Rai Tre, ho trovato giovani universitari e giovani filmaker che mi hanno raccontato dei loro pomeriggi passati davanti a “Screensaver”. E, per vie traverse, uno stesso concetto mi è stato spiattellato in faccia in tre modi diversi. Con una affermazione di un ascoltatore: “Un programma come “Mine vaganti” è vero servizio pubblico”. Con un ricordo di un giovane regista: “Ripensando a “Screensaver” ho capito il concetto di servizio pubblico”. E con un’intervista di un giornalista che mi ha chiesto: “Cos’è secondo te il servizio pubblico?”.
La mia idea di servizio pubblico l’ho sempre tradotta in due concetti semplici semplici: rispettare il pubblico e tentare di fare cose non banali. Ed è quello che ho sempre provato di fare, sia in Rai che fuori dalla Rai. Ma che fatica… Ricordo che in occasione della chiusura di “Screensaver” il direttore mi disse: “La qualità non è un alibi se gli ascolti sono bassi”. E ricordo anche che nuovo il direttore di Radio2, congedandomi, mi disse: “Non mi interessa la qualità: voglio la quantità”! (Ehm… Tra l’altro in entrambi i casi gli ascolti erano più che dignitosi: ma i numeri ognuno sceglie di leggerli come preferisce). In televisione e radio si potrebbero scrivere libri interi su “qualità” e “qualità”. A me piace tentare di fare cose belle. Cosciente anche che a volte le cose belle possono essere più “difficili” da proporre e possono fare ascolti più bassi di cose meno belle. Ma sono ancor più convinto che qualsiasi palinsesto abbia necessità di cose belle (Cose di nicchia? Cose di qualità? Cose alte?) intese come oasi dove coltivare qualcosa di originale e autoctono. Al di là del concetto di servizio pubblico, c’è bisogno di dedicare spazi alla sperimentazione, al nuovo, al diverso. Anche a costo di avere qualche ascoltatore in meno. Ma spesso sono questi “spazi” che fanno la differenza in termini di riconoscibilità, in termini di affermazione e di empatia con il pubblico.
Non mi sono mai sentito un paladino del “Servizio pubblico”, né in Rai e né fuori dalla Rai. Non voglio però essere ostaggio solo dell’Auditel, dei pubblicitari o dei grafici del marketing. Vorrei essere solo ostaggio delle idee! Per non liberarmi da loro, ma liberarmi con loro... P.S. La fotografia me l’ha mandata l’amico di Facebook Benni Priolisi con questo messaggio: “Ho trovato questa confezione, insieme ad altre quattro, fra le cose di mio nonno. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere averne una, anche se virtuale".
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Venerdì 27 Agosto 2010 22:31 |
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Paesi fantasmi. Disabitati. Abbandonati. Sfumature di un'Italia remota, ma che sa regalare fascino, suggestioni ed emozioni. Storia. E storie! E' stato questo il tema dell'ultima puntata di "Mine vaganti", e ancora una volta siamo riusciti a narrare un bel pezzo del nostro paese, attraverso le parole di chi ha realizzato questa bella mappatura dell'Italia che c'era e non c'è più. Ne è uscita una bella puntata (potete ascoltare il Podcast nell'apposita sezione), e ne è nato anche un articolo per "La stampa" che vi accodo. Ma, soprattutto, è venuta una gran voglia di partire e andare alla ricerca di tutti questi angoli nascosti, per godere della solitudine e ridare frammenti di vita e dignità a paesi abitati dal nulla.
Sulle tracce perdute dei paesi fantasma
(La Stampa, 25/08/2010)
La nostra penisola pullula di borghi carichi di storia, ma completamente abbandonati da decenni. Oggi sono diventati la meta di un turismo alternativo e clandestino.
FEDERICO TADDIA
Craco, una cinquantina di chilometri da Matera, è un po' la bandiera di un'Italia che c'era, ma che non c'è più: un suggestivo intreccio di case in pietra arroccate sulla roccia, che guarda la piana sottostante ostentando il proprio stato di vuoto e desolazione. Un set cinematografico a cielo aperto, tanto da essere scelto da Mel Gibson come sfondo dell'impiccagione di Giuda nel film «The Passion». E meta obbligata per i sempre più numerosi turisti che escono dai classici itinerari per andare alla scoperta dei cosiddetti «paesi fantasma»: paesi disabitati, condannati all'abbandono dall'uomo o dalla natura.
Paesi perduti, spesso non segnati neppure dalle carte geografiche, che il napoletano Antonio Mocciola ha visitato e raccontato nella guida «Le vie nascoste» (Giammarino Editore). «Da sempre sono affascinato da questi luoghi che fotografano un'Italia remota - spiega Mocciola - e da anni appena posso vado ad esplorare ciò che l'uomo prima ha costruito e poi ha abbandonato. Una sorta di turismo clandestino, dove spesso ti trovi costretto ad ignorare divieti di accesso e ad imparare a convivere con luoghi dove non esiste un bar, non trovi nessuno a cui chiedere informazioni e anche il navigatore satellitare entra in crisi. Ma ognuno di questi paesi ha una storia, ha una memoria: ed ho cercato di cogliere quello che è rimasto di quella storia e di quella memoria».
Se smottamenti, alluvioni e, infine, il terremoto del 1981, hanno decretato lo sgombero definitivo di Craco, la mano dell'uomo è stata decisiva nella morte di un altro simbolo dei «paesi fantasma», Curon Venosta, in provincia di Bolzano. Un paese completamente sommerso nel 1950, per la costruzione di una diga finalizzata alla produzione di energia elettrica che portò all'unione tra il Lago di Resia e il Lago di Mezzo. Il borgo fu ricostruito più a monte, ma tra quelle 163 case inabissate per sempre ancora oggi dal lago emerge il campanile della Chiesa di Santa Caterina.
«E' uno dei simboli della Val Venosta - commenta Mocciola. Sembra quasi una bandiera bianca alzata, una sorta di resa dell'uomo davanti al progresso. Però il campanile sembra anche voglia sbeffeggiare chi non è riuscito a cancellare un pezzo di storia. Ma non è l'unico paese sotto ad un lago: basti pensare a Stramentizzo, borgo trentino affogato il 24 giugno del 1956 e traslocato sul vicino altopiano di Scaves. O Fabbriche di Careggine, 32 case nel cuore della Garfagnana, evacuate dopo la costruzione della diga di Vagli ma che tornano protagoniste ogni 10 anni circa, quando l'invaso viene svuotato davanti a migliaia di persone e il borgo intatto ricompare alla luce del sole».
Le vie nascoste percorse da Mocciola sono tante e tutte suggestive. Alcune più note, come l'esempio di archeologia industriale di Argentiera (Sassieri), insediamento urbano che all'apice della vitalità della miniera aveva visto fino a duemila abitanti, e che nel 1943 al termine dell'attività estrattiva fu velocemente abbandonato, lasciando come traccia il villaggio di un tempo e una spiaggia argentata per la presenza di polveri residue. Oppure come Roscingo Vecchio, un borgo incantato in provincia di Salerno, che il 15 ottobre del 2000 ha visto morire la sua ultima abitante, Teodora Lorenzo, detta Zi' Dorina. Proprio il tam-tam mediatico di questa scomparsa ha però ridato vita alla riscoperta di questo paese, svuotato in parte per gli smottamenti idrogeologici e in parte per il richiamo della Roscigno nuova, sicuramente più anonima ma più comoda da vivere. Una fontana in funzione, un ufficio della Pro Loco, un piccolo museo, un pittoresco personaggio che è andato a vivere tra le vecchie case, oggi accolgono i turisti in questa che viene definita la «Pompei del 900».
«Riscoprire questi paesi ha un doppio valore - commenta Mocciola. Il primo è di rispetto nei confronti del nostro passato, di chi ha faticato per costruirli per abitarci e per rendere vivibile il territorio: credo che puntellare un palazzo in rovina sia un bellissimo atto d'amore. Il secondo è legato ai risvolti possibili per nuove forme di turismo, come per esempio gli alberghi diffusi o l'ospitalità sostenibile». Ed è quello che succede a Pentedattilo, in provincia di Reggio Calabria, insediamento urbano nato sotto cinque rocce, completamente abbandonato al crollo delle montagne. Oggi un'associazione di giovani ha deciso di togliere quelle vecchie case all'incuria e alla malavita, organizzando festival, facendo corsi sulla cultura locale e riaprendo piccole botteghe per rilanciare l'arte e l'artigianato locale.
Per chi crede nelle utopie invece la meta ideale è Campomaggiore Vecchio (Potenza): costruito agli inizi dell'800 come città ideale dal conte visionario Teodoro Rendina, doveva ospitare 1600 abitanti, e ognuno doveva fare un mestiere diverso per rendere il nucleo completamente indipendente. Ma nel 1885 un grave movimento franoso costrinse le 1525 anime ad abbandonare il paese e il loro sogno. Da società ideale a società fantasma il passo fu davvero breve! |
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L'uomo che dipinge con i trattori |
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Mercoledì 18 Agosto 2010 10:31 |
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L'uomo che dipinge con i trattori l'ho conosciuto al tempo de "L'Altrolato". Un trafiletto preso dalla cronaca locale di un quotidiano veneto parlava di questo Dario Gambarin, artista poliedrico e genialmente folle che si era messo a decorare la terra a colpi di aratro. La prima volta che l'ho contattato non voleva essere intervistato: non si fidava di "noi" giornalisti, non voleva essere confuso con quelli che fanno i cerchi nel grano, e si chiedeva come poteva parlare in radio di una cosa che andava vista! Non so come, ma alla fine accettò il mio invito. Facemmo una bella chiacchierata in onda. E rimanemmo in contatto poi. Non solo: qualche mese fa sono andato anche a vederlo all'opera. E guardarlo cavalcare il trattore come se fosse un cavallo imbizzarrito è davvero uno spettacolo. Ed è affascinante e suggestivo guardarlo mentre vede cose che noi non vediamo. Ma questo è il bello e l'impossibile dell'arte! Ecco il pezzo che ho scritto su di lui per "La Stampa".
(da La Stampa di martedì 17 agosto 2010)
L'uomo che dipinge con i trattori
Come tela usa i campi dopo il raccolto, dai ventimila metri quadrati in su. Il pennello invece lo ha sostituito con un trattore, possibilmente vecchio modello, con cui trainare aratri, erpici rotanti e frangizolle. Il tutto per realizzare dipinti con soggetti noti come un alieno, il presidente degli Stati Uniti Obama, Nelson Mandela o Topolino. Grandi da vedersi dal cielo e resistenti al massimo fino alla semina successiva.
Si chiama Land art, l'arte della terra, e l'unico al mondo a praticarla con il trattore e senza l'ausilio di computer, laser o Gps, è Dario Gambarin, un ex avvocato veronese trapiantato a Bologna, che appesi i codici al chiodo ha intrapreso la carriera del pittore, prima di rispolverare le sue origini contadine e rimettersi a bordo di un trattore.
«L'idea mi è venuta in Germania un paio di anni fa, visitando una mostra fotografica di Land art - spiega Gambarin -. Il modo di operare degli artisti mi aveva molto colpito: con metro, picchetti e tracciatori laser segnavano linee sul terreno, poi seminavano fiori e piante di diverse varietà e aspettavano i mesi necessari alla crescita. Il risultato era davvero spettacolare, ma mancava il gusto dell'immediatezza e il tocco della mano libera. Appena tornato in Italia sono andato in campagna, ho chiesto in prestito un trattore e mi sono messo a disegnare con l'aratro».
L'ultimo quadro rappresenta un extraterrestre, che proprio dalla terra dà un ironico benvenuto ai colleghi Ufo in arrivo per un'ipotetica invasione prevista per la fine del mondo del 2012. «Niente catastrofismi - commenta l'autore -. E' un modo per deridere un po' gli apocalittici. Ma c'è anche un taglio ecologico: se proprio questi marziani devono arrivare, speriamo che almeno loro ci vengano ad insegnare il rispetto per il pianeta».
Tre ore di lavoro continuativo, qualche chilo perso per la fatica, un aratro rotto perché usato con troppo sforzo nel fare le curve: questo è il costo dell'alieno. Mentre di ore ne sono servite almeno un paio in più per ottenere il ritratto di Mandela in occasione della finale dei mondiali. Stesso tempo per preparare lo scorso anno l'accoglienza a Barack Obama in Italia per il G8: un gioco di verde e marrone per tratteggiare il suo volto presidenziale incorniciato dai frutteti e la scritta «The hope is in the land», la speranza è nella terra.
Quando chiedi a Gambrin come faccia a disegnare in quel modo, senza l'aiuto di punti di riferimento e senza avere mai una visione d'insieme dell'immagine, lui fa spallucce e cita una frase dello scrittore di fantascienza James Ballard: «L'immaginazione è l'unica chiave per penetrare il mistero della vita». «Io non vedo quello che disegno - precisa Gambarin -. Ho tutto nella mia testa. I giorni precedenti alla performance faccio uno schizzo su un pezzo di carta e cerco di fissare l'immagine nella mente, facendo le dovute proporzioni in relazione alle dimensioni del terreno. Quando mi sento pronto salgo sul trattore e inizio a girare a vuoto per il campo. Prendo confidenza con lo spazio e mi fisso nel cervello miei punti di riferimento. Solo dopo abbasso l'aratro, e in quel momento entro in una sorta di trance artistica: devo fare tutto senza fermarmi per non perdere le mie coordinate mentali. E' vero che dal trattore non posso vedere il mio disegno, ma lo posso immaginare. E' una sorta di terapia: usi l'immaginazione per ampliare la tua testa. Consapevole che non puoi sbagliare: qui non esiste una gomma e non c'è modo di cancellare».

Guardandolo all'opera è facile comprendere lo stupore dei contadini della zona, che all'inizio dell'attività proprio non capivano il perché di quel trattore che andava avanti e indietro, con solchi apparentemente intrecciati e disordinati, e con l'aratro utilizzato come mai avevano visto fare prima nei campi: cerchi, curve, spigoli, elissi che diventano occhi, naso, bocca e sfumature per dare colore, espressione e profondità alle sue opere.
«Mi piace l'aver trasformato il trattore da strumento di lavoro a strumento di creatività - puntualizza Gambarin -. Anche se la fatica più grande sta proprio nel fargli fare movimenti diversi da quelli a cui è abituato. Lui esce dalla fabbrica per marciare dritto: le linee ondulate sono complicate. Così come è complicato fare i dettagli e i segni raffinati. Ritrovo in questa arte la fatica del lavorare la terra, e credo che anche questo sia un bel messaggio per tornare ad una forma di rispetto nei confronti del nostro ambiente».
Fatica che viene annullata dall'eccitazione quando, dopo l'ultimo colpo di aratro, il trattore viene spento. A quel punto decolla un piccolo aeroplano, dal quale un fotografo specializzato può fotografare il dipinto ultimato. Poi è una corsa all'aeroporto, per vedere il prima possibile l'immagine immortalata dall'alto.
«E' un attimo di emozione totale - dice Gambarin -. Fino a quel momento hon ho ancora visto niente, se non quello che era tracciato nella mia mente. Ogni volta è un esame da superare, ma mi basta guardare negli occhi il fotografo e il pilota per capire se l'opera è riuscita. Quando finalmente puoi vedere la foto ti senti realizzato, e capisci di aver vinto la tua sfida tra immaginazione e creazione». E se ti dicono che sei uscito dal seminato, ringrazi pure per il complimento. Dario Gambarin, 52 anni, è nato a Castagnaro vicino Verona. Pittore e musicista, è laureato in Giurisprudenza e, prima di dare libero sfogo alla sua passione per il giardinaggio e per l'arte, ha esercitato per diversi anni la professione di avvocato. Non contento della formazione giuridica, ha conseguito un diploma all'Accademia di Belle Arti e una laurea al Dams di Bologna, città in cui tuttora vive. Dal 1993 ad oggi ha organizzato diverse mostre personali in Italia e all'estero. Da un paio di anni ha scoperto la Land art da praticare nei campi con il trattore. |
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